Luciano Spalletti parla a Tuttosport della sua Juventus e dei principali temi del momento, Yildiz e non solo: tutte le dichiarazioni del tecnico bianconero.

Juventus v AC Milan - Serie A 2026/27

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Luciano Spalletti, allenatore della Juventus, ha concesso una lunga intervista a Tuttosport, soffermandosi sul momento della squadra, su Yildiz e non solo: "Non improvviso niente, no. Mi preparo tutto, altrimenti si dicono sempre le stesse bischerate. E a me le cose - segnatelo - non le scrive nessuno: ci ho messo tre giorni per presentarmi qui preparato. Mi sembra una doverosa forma di rispetto nei confronti di chi vuole conoscermi meglio. Adesso possiamo cominciare (sorride, ndr). Tuttosport era il giornale che mia madre mi lasciava la mattina accanto alla tazza di latte. Questo giornale ha fatto la storia, anche mia personale".

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DIFFERENZE TRA LE SQUADRE ALLENATE - "Alla Roma ho allenato una tifoseria, a Napoli alleni una città. All'Inter una tradizione, in Nazionale un popolo. Alla Juve alleni invece una mentalità: è la storia del calcio. Qui c’è la modalità Juventus: non è solo un’emozione impetuosa. È gioia, orgoglio e responsabilità: sono sentimenti che non mi lasciano mai solo. È l’intensità mai banale di tristezze esagerate e felicità travolgenti. Non devi vivere solo di calcio, ma di Juventus. Siamo in competizione col nostro livello e non con gli altri. Il nostro club è sinonimo di eccellenza calcistica, per questo l’interesse nei nostri confronti è globale".

COSA SIGNIFICA ALLENARE LA JUVE - "È un qualcosa di grandioso. Di grandissimo. Fare qualcosa che ti piace è libertà, essere felice di andarlo a fare è amore. Ci sono delle responsabilità altissime, certo: per noi sarà difficile, ma è un compito che mi prendo volentieri".

SENTIMENTO CHE PREVALE - "In realtà sì: qui mi sento felice e libero".

COSA TI HA SPINTO A FIRMARE QUEL TIPO DI CONTRATTO - "Principalmente la fiducia nella squadra. Poi quella in me stesso e infine la storia del club. L’esperienza ti porta ad accettare e gestire tutto ciò che accade, senza che incida mai oltremodo sulla felicità che provo ogni giorno nel fare questo mestiere stupendo. Qui c’è bellezza, non ho avuto alcuna titubanza o dubbio. Ci ho messo un attimo a volermi confrontare con questo mondo, poi è maturata la possibilità di rinnovare e di iniziare a gettare delle basi per il lavoro che verrà. Vedremo se riusciremo ad andarci a prendere quello che tutti si aspettano".

ELKANN - "Devo dire che Elkann ha una dote in particolare: la semplicità, quella che ti permette di entrare subito in contatto con chi si ha di fronte. Per me è stato un incontro prezioso: capisci subito l’autenticità delle sue conoscenze e delle sue esperienze".

JUVE IN FASE DI RICOSTRUZIONE - "Sì, è in atto un cambiamento. Lo raccontano i nuovi vertici societari: la proprietà, però, resta la stessa ed è un bene. Ora abbiamo bisogno di maturazione e di tempo, va fatto qualche passo in linea con quello precedente. L’inizio non è stato felicissimo: c’è questa sconfitta col Sassuolo che fa male, ma siamo sulla buona strada. Vedo delle cose corrette per riprendere quel livello, quel ritmo e quel gioco di squadra che l’anno scorso abbiamo fatto vedere per diverso tempo".

PERSONAGGIO DELLA JUVE CHE TI HA ISPIRATO - "Sicuramente Gianluca Vialli. Da giocatore mi sbatteva per terra nei contrasti, poi mi dava la mano e mi sorrideva. Così viveva il calcio. Portava potenza, sorriso e rispetto sul campo. Ti buttava giù come un gladiatore e ti rialzava come un fratello: capivi subito chi fosse davvero".

SE PENSA AD UN ALLENATORE DELLA JUVE CHI TI VIENE IN MENTE - "Troppo facile: Lippi e Trapattoni. Anche per me è diventata una filastrocca: Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega, Tardelli, Rossi, Platini e Boniek. Li ho ripetuti spesso pure da giovane, sì".

CHI TI HA CONVINTO AD ACCETTARE QUESTA SFIDA - "Dietro ogni passo c’è sempre la mia famiglia. Non avendo mai avuto un procuratore, il mio unico confronto è quello con loro".

NARRAZIONE SU SPALLETTI - "Chi si è accanito in passato su di me ha perso il proprio tempo. Tutta fatica sprecata. Mi sono sempre criticato da solo. Sono il più bravo a non concedermi alibi e scuse. Di fronte agli eccessi, di critiche e lodi, prendo sempre solo una parte per migliorarmi. Dobbiamo aumentare tutti la nostra capacità di essere disprezzati: io ho imparato a gestirlo, mi hanno scritto di tutto. Ho dato testate alla scrivania, ho citato le Galline del Cioni. In famiglia siamo delle belvette: mio fratello quando tornavo a casa mi guardava e mi urlava “Grande, stiamo sui coglioni a tutti, vuol dire che stai facendo un lavoro perfetto”. Ecco, cerco di non dimenticare mai quell’insegnamento, quella gioia nel prendere di petto il disprezzo. Perché solo l’accettazione del disprezzo, il sapere che non si può piacere a tutti, rende liberi di essere se stessi".

QUANTO CONTA L'ALLENATORE - "L’allenatore deve creare leggerezza, ma contano i calciatori che devono essere messi insieme e fatti pensare tutti allo stesso modo. Non bisogna fare una cruda somma dei singoli, ma tirar fuori qualcosa di extra da loro. Il talento è libero e citrullo. Ma la leggerezza, quella vera, nasce solo se hai lavorato e i momenti felici non riconosciuti diventano rimorsi".

GIOCATORI DETERMINANTI CHE HAI ALLENATO - "Ne cito alcuni, i più vividi nella mia mente: Pizarro a Udine, Lobotka e Kvara a Napoli, Salah alla Roma e Cancelo all’Inter. Kvara veniva da un calcio particolare, ma Salah consegna un Pallone d’Oro a tutti coloro che lo allenano, sia chiaro. Pizarro da trequartista sono convinto che avrebbe avuto meno risalto rispetto all’agire davanti alla difesa: lì tocchi il 300% di palloni in più. Nel folto e nell’angusto devi strappare gli spazi, come oggi in area di rigore. Lo devi togliere a qualcun altro. Così David ha fatto vedere di più il suo talento. Lobotka l’ho trovato fuori, si era dimenticato di quanto fosse forte perché era un giocatore ai margini. E tu devi giocare su questo fatto, dicendo loro: “Ho scelto te”. Bisogna dire qualcosa, a volte, per farli tranquillizzare. Noi cerchiamo sempre qualcuno che ci dica qualcosa in maniera convincente e che riesca a farcele fare: succedeva ai tempi delle palafitte e capita pure oggi. Ma è sempre il livello del calciatore che fa la differenza, anche perché il calcio è complesso".

CALCIO E' SEMPLICE O COMPLESSO - "Soltanto la conoscenza approfondita del calcio fa diventare le cose semplici".

AUMENTO DI CAPITALE DA 250 MILIONI - "Mi sento ancora più responsabilizzato nella mia professione, c’è un po’ di pressione in più. Devi essere disponibile al lavoro, ma mi fa piacere far parte di tutto questo. La proprietà interviene per garantire stabilità al club: la famiglia ha molto a cuore la Juventus".

CHI NON SEI RIUSCITO A VALORIZZARE - "Adam Ounas a Napoli, senza dubbio".

PERCHE' VLAHOVIC NON E' RIUSCITO AD ESPRIMERE IL 100% DEL SUO VALORE - "Perché deve ancora raggiungere la tranquillità. Deve trovare un equilibrio personale, perché si incasina da solo: se gli dai troppo gas e se gliene dai troppo poco. È questione di equilibrio, di temperatura emotiva da trovare".

STUDIARE I COLLEGHI - "Li studio tutti. Capiterà che quando smetto vada a fare l’allenatore in Prima Categoria. Vedrete. Ad Avane? Magari, lì siamo in Terza. Ad Avane mi fecero giocare in prima squadra, grazie a mio fratello, falsificando il mio cartellino. Così ho vinto la Terza Categoria e ho fatto la Seconda. A me manca solo la Prima Categoria. Ma da giocatore o da allenatore sono entrato in tutti gli spogliatoi di tutte le categorie del calcio. Ho fatto il settore giovanile delle case popolari e i vivai di Serie A, come quello della Fiorentina: il mio è stato un tour dell’anima. Perdevo sempre con l’Avane, vincevo sempre con la Fiorentina. Ma mi piaceva di più perdere: mi tirava fuori qualcosa. Ho fatto la Promozione con la Volterrana, l’Interregionale col Cuoiopelli. Poi l’Eccellenza, la C2 a Chiavari e Viareggio e la C1 a Spezia ed Empoli. Ma quando ho consumato tutte le tappe la Fiorentina mi ha mandato via e per un momento ho smesso di giocare, il dolore era troppo grande. Così ho persino fatto il campionato amatoriale, per un anno, la sera con gli amici. Botte e schianti in campo, pizza e birra dopo. Sempre. In Curva Fiesole Pem, Pem, Pem, avevo la trombetta in mano. Guardavo Desolati, De Sisti, Speggiorin e Giancarlo (Antognoni, ndr), gli idoli della mia adolescenza".

YILDIZ - "Mette la cromatura alle giocate, le fa luccicare. Ogni sua giocata è un manufatto di ingegno. È uno che rompe il sistema: non sa neanche lui cosa possa fare. Inizia l’azione, ma non ha un piano prestabilito su che finta mettere in atto. Capita che qualcuno in allenamento legga in anticipo il movimento che lui farà. Ma Kenan passa lo stesso. Anche se lo conosci, non lo freghi: ha la follia nell’inventiva. Per me è accostabile a Kvara: ha bisogno solo di giocare un altro po’, ma lo vedo molto simile negli imprevisti che viene a creare. Per come cerca di stare sempre fuori dai tempi di gioco e dalle regole della giocata. Sì, gli riconoscono lo scettro: è un bravissimo ragazzo, semplicissimo, proprio quello della porta accanto. Ma è leader. Non deve per forza parlare alla squadra. Ho avuto Nestor Sensini all’Udinese: non diceva una parola. Nemmeno salutava a volte. Ma il suo carisma costringeva tutti a seguirlo, era magnetico".

IN UN CALCIATORE INCIDE PIU' L'INTELLIGENZA O LA TECNICA - "Se sei acceso con la testa, sei pronto. Quando sembra tutto sotto controllo, ti capita l’insidia. Gli specchietti ti danno più vantaggi nel leggere in anticipo le situazioni. La partita è caos adesso. Prima i riferimenti erano chiari: il centrale sinistro, il terzino, le posizioni. Oggi gli spazi si aprono e si chiudono continuamente, i giocatori si scambiano compiti e funzioni. La differenza la fa chi riesce a leggere ciò che la palla sta per generare".

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