ATLETICO - "L'unica cosa di cui mi pento nella mia carriera è aver lasciato l'Atletico. Dopo la partita contro il Dortmund, la mia testa è andata a rotoli. Nel giro di tre mesi ho lasciato l'Atletico, che era il posto in cui avevo sempre desiderato essere. Darei via tutto quello che ho vinto pur di vincere un titolo con l'Atletico. Dopo l'errore di Dortmund, ho vissuto il momento più difficile della mia carriera. Ma più che per le critiche sui social, è stato per la mia storia personale e per ciò che so che significava, perché sono convinto che non ci sarebbe potuto essere un anno migliore. Sono un tifoso dell'Atletico Madrid. Sarei andato alla finale di Copa del Rey contro la Real Sociedad. Ho parlato con Koke, ho comprato i biglietti, ma alla fine non ci sono andato per paura che potesse succedere qualcosa, che qualcuno potesse dirmi qualcosa. Mi sarebbe piaciuto portare i bambini. Come penso di essere considerato all'Atletico? Non lo so. Mi fa male essere andato via proprio quando credo che finalmente mi avessero capito e apprezzato. Sinceramente, penso di essere partito per un senso di colpa. L'Atletico è sempre tra i migliori club del mondo. Non sapevo che poi sarebbe arrivato Julián, ma sarei rimasto comunque. Prima era difficile persino camminare per strada. C'erano tifosi dell'Atletico che non mi accoglievano bene e tifosi del Real Madrid a cui sembrava dare fastidio che io fossi tifoso dell'Atleti. Non riescono a capire che questo è un lavoro. Ho giocato nel Real Madrid perché mi si è presentata l'occasione e ne sono molto grato. Non provo odio né rancore verso nessuno. Carvajal è mio amico, continuo a sostenerli e a fare il tifo per loro. Però credo che in Spagna non sia normale vedere un giocatore passare dal Real all'Atletico come invece in Italia è più normale vedere qualcuno giocare sia nel Milan sia nell'Inter. È calcio, la gente dovrebbe capirlo. Io faccio sempre l'esempio delle aziende: le persone cambiano lavoro per soldi, motivazioni personali o perché non stanno bene. Noi invece veniamo considerati traditori. La cosa positiva è che, quando incontro tifosi dell'Atleti, mi salutano con affetto. E per me vale tantissimo. Mi piace spiegare loro cosa rappresenta l'Atleti. Quando mi fanno domande, dico sempre che quello che vedono non è la normalità. La normalità è lottare tutta la vita per vincere qualcosa. Io sono stato molto fortunato, ma ho lavorato tantissimo. Per questo mi piacerebbe che i miei figli tifassero Atletico: perché credo che la vita sia la cosa più simile che esista all'Atleti. Quando vedo Koke, il Cholo e tutta questa gente che da anni rincorre una Champions League, e poi rivedo Koke in ritiro a ricominciare da capo... io non ce la farei. Mi costerebbe tantissimo".
COMO - "Fabregas? Cesc passerà alla storia come allenatore. È così intelligente che ha preso il meglio da ogni allenatore che ha avuto, e ne ha avuti di ottimi. Spero di restare al Como, ho un contratto, ma tutto può succedere. Magari l'allenatore mi lascerà andare. Magari hanno altre opzioni e lo capirei perfettamente perché non è stata una buona stagione per me. Mi piacerebbe molto giocare per il Getafe, ma pensandoci bene, non credo di essere mentalmente pronto a giocare in Spagna. Dover affrontare i commenti della gente quando si va a giocare negli stadi... Quello che dice la gente mi influenza ancora molto. Ma ho capito che non posso cambiare chi sono. So di aver aiutato molto e di aver avuto un ruolo importante all'Europeo. Quando arrivo in una nuova squadra, ci sono sempre due o tre compagni che mi dicono che non si aspettavano che fossi così. Io sono come se avessi ancora 14 anni. Mi piace divertirmi, creare un buon ambiente e fare stare bene le persone che lavorano con me. Non sono mai stato egoista. So che avrei potuto segnare molti più gol e ottenere più successi personali se fossi stato più individualista, ma ho sempre considerato il calcio uno sport di squadra. È stato l'anno più duro della tua carriera? Avevo la possibilità di giocare un Mondiale e tanti obiettivi davanti a me. Poi sono arrivati problemi familiari, situazioni difficili da gestire emotivamente e l'infortunio più grave della mia carriera, che mi ha tenuto fermo per oltre tre mesi. Non ero abituato. Poi torni e senti il tempo che passa, vedi che non giochi, che la squadra va alla grande e tu non puoi dare una mano. Sono entrato contro la Fiorentina e ho segnato. Nella partita successiva ho aiutato molto la squadra. Alla terza gara dal rientro, però, sono stato espulso per doppia ammonizione a causa di una reazione impulsiva. Nonostante tutto, è stato un viaggio meraviglioso. Portare il Como in Champions League è stato qualcosa di incredibile".
JUVE - "Che cosa significa vincere la Champions League? È qualcosa di incredibile per ciò che rappresenta e per la sua storia. La finale persa contro il Barcellona con la Juventus mi ha lasciato per sempre la sensazione di chiedermi cosa sarebbe successo se avessimo vinto. Ricordo ancora l'arrivo all'aeroporto e quei 40.000 tifosi bianconeri. Le due Champions vinte con il Real Madrid sono state qualcosa di straordinario, ma al tempo stesso quasi normale per quello che rappresenta quel club. Vincere la Champions ha un significato diverso a seconda del posto in cui la conquisti. L'esperienza alla Juventus? Ho avuto la fortuna di giocare in tanti posti. La gente ride quando dico 'Il mio sogno era giocare lì'. Chiedete a un bambino se gli piacerebbe giocare nelle squadre in cui ho giocato io. Perché lasciai il Real per la Juve? Per cercare di costruirmi un nome e una storia tutta mia. In quel periodo giocavo poco nel Real Madrid e arrivò un club come la Juventus, per il quale ero il trasferimento più importante degli ultimi anni. Mi sentii molto apprezzato. Tanta gente mi diceva che avrei dovuto andare in prestito. Le opzioni erano Wolfsburg e Juventus. Un giorno, parlando con mio padre e con Juanma López, mi dissero di andare alla Juve e affidarmi al destino. Quell'anno arrivammo in finale di Champions League e vincemmo tutto in Italia. Fu incredibile".
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