Zielinski: "Mai pensato di lasciare l'Inter. Il primo anno ho avuto problemi fisici, ora sogno la Champions"
In una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport, Piotr Zielinski ha ripercorso la sua carriera dall’arrivo all’Udinese fino agli anni all’Inter, soffermandosi sul suo ruolo in squadra e sulle sensazioni in vista del futuro.
15 ANNI IN ITALIA - "Perché mi sono legato al vostro Paese. Le opportunità di cambiare ci sono state, in vari momenti, ma la prima scelta è sempre stata la Serie A. Qui si mangia bene, si vive bene, c’è tutto quello che un calciatore possa desiderare".
SERIE A POCO COMPETITIVA - "Io non vedo una situazione così critica a livello di club: l’Inter ha fatto 3 finali europee negli ultimi anni, Roma e Atalanta hanno vinto. Non mi pare che il bilancio sia disastroso".
TRASFERIMENTO ALL'UDINESE - "Avevo 17 anni e già da 4 vivevo a 120 chilometri da casa, nel convitto dello Zaglebie Lubino. Giocammo un torneo giovanile con la nazionale polacca in Spagna, a La Manga. È stata la mia fortuna perché mezza Serie A mi chiamò per offrirmi uno stage di 10 giorni. L’Udinese mi convinse promettendomi un contratto. E così è stato: Andrea Carnevale in pochi allenamenti capì che ero bravino. Il mio cartellino costò solo 100.000 euro, direi che è stato un buon investimento (ride, ndr)".
IMPATTO NON SEMPLICE - "No, anche perché avevo preso qualche lezione d’italiano ma non parlavo la lingua. Quando arrivai, sul programma c’era scritta la parola 'Ritiro' che io non capivo. Mi hanno dovuto scuotere, chiedendomi di preparare le valigie, perché stavamo partendo per la montagna. E poi all’epoca non c’era la stessa facilità di accesso alla rete, mi mancavano la famiglia e gli amici. C’è stato qualche momento in cui ho pensato di ritornare a casa. Mi ha aiutato molto Georgios Alafogiannis, l’insegnante di italiano del club, che ha accelerato l’inserimento mio, ma anche di Allan, Pereyra e altri".
INFANZIA - "Ho vissuto un’infanzia felice. Mio padre Boguslaw era allenatore e in ogni momento libero mi portava al campo per insegnarmi la tecnica. Mi piaceva anche giocare a tennis, ero pazzo di Federer e Djokovic, ma il mio vero amore era per il pallone. Nel giardino di casa mi divertivo anche con i miei due fratelli maggiori".
CALCIARE CON ENTRAMBI I PIEDI - "Ci ho lavorato. Da piccolo mia madre Beata mi accompagnò a un torneo, sostituendo mio padre che non poteva venire. Una partita finì ai rigori, perciò chiesi a mamma se potevo calciare di sinistro. Lei mi autorizzò. Tirai con l’altro piede e non sbagliai. Ora viene tutto più naturale. Nel campionato Primavera mi è successo di segnare due gol su punizione, uno di destro e uno di sinistro".
MODELLO ROSICKY - "Verissimo. A scuola mi assegnarono un compito in cui dovevo scrivere chi fosse il mio idolo. E io scrissi Rosicky. Al tempo in Polonia non c’era un numero 10 così forte e allora lo trovai dai vicini di casa, in Cechia... Lo so che molti bambini guardavano fuoriclasse come Zidane o Iniesta o Ronaldinho, che anche io ovviamente ammiravo, ma io mi emozionavo per Rosicky. Mi rivedevo anche in alcune sue caratteristiche, mi ha ispirato nel percorso di crescita. Oh, parliamo di un signor giocatore eh".
RUOLO - "Chissà se finirò la carriera da difensore, in Polonia... Sicuramente c’è stata un’evoluzione. Sono diventato centrocampista puro a Empoli, prima con Sarri e poi soprattutto con Giampaolo. E nell’Inter sto imparando anche il ruolo di play. Ma devo ammettere che mi sto convincendo. La mia era una resistenza mentale. Continuo a vedermi come mezzala ma non mi manca niente per giocare davanti alla difesa".
PRIMO E SECONDO ANNO ALL'INTER - "Speravo che il nuovo allenatore fosse curioso di capire cosa non avesse funzionato prima. Per fortuna è successo. Mi ha capito, mi ha aspettato. E io piano piano sono riuscito a esprimere il mio potenziale. A lasciare l’Inter non ho mai pensato. Nella prima stagione ho avuto dei problemi fisici. Provai delle scarpe nuove: mi causarono delle vesciche ai piedi che i fisioterapisti non avevano mai visto nella loro carriera. Da lì sono derivati altri problemi. Poi è stata anche colpa mia. Avevo sottovalutato la difficoltà del trasferimento dal Napoli. Avrei dovuto lavorare di più e accettare di non essere sempre titolare".
SOGNO - "Il sogno è vincere la Champions League. Faremo di tutto per realizzarlo, già da quest’anno. Ma non trascuriamo niente, anche in Italia".
FUTURO - "Non ci voglio pensare perché mi fa paura. E poi non sono così vecchio. Prendo spunto da un fenomeno come Modric che a 41 anni gioca ancora ad alti livelli e fisicamente sta benissimo. Dovrò curare con attenzione il mio corpo, sempre di più, per resistere. Ma spero di restare nel grande calcio altri 5-6 anni. Magari all’Inter".
FUORI DAL CAMPO - "Amo stare in famiglia e lontano dal caos. Mia moglie e io abbiamo due bambini e un cane e preferiamo vivere vicino a Como, a pochi chilometri da Appiano. La mia routine è portare il figlio a scuola e andare al campo prestissimo. Esco poco. Era lo stesso a Napoli: non abitavo in città ma a Varcaturo (non lontano dal centro sportivo di Castel Volturno, ndr)".
INIZIATIVE SOLIDARIETA' IN POLONIA - "Sì. Abbiamo creato due strutture che ospitano complessivamente 20 bambini orfani o di famiglie difficili. In una vivono anche i miei genitori. È stata un’idea loro. Pensi che quando ero piccolo già ospitavano a casa nostra qualcuno di questi ragazzi. Una volta stavano per adottare una coppia di fratelli. Questa esperienza mi ha insegnato a condividere. E a trattare con riguardo ogni essere umano".
© RIPRODUZIONE RISERVATA