A tutto Gio Simeone. Il Cholito si racconta a Sportweek dopo una prima parte di stagione da protagonista con la maglia del Verona. Ecco i passaggi principali dell’intervista: “Qui a Verona, il primo mese e mezzo abbiamo abitato in centro. È bellissimo e, quando abbiamo deciso di lasciarlo, ci abbiamo pensato su parecchio. Però il frastuono delle macchine, l’aprire la porta di casa e trovarsi davanti un altro edificio… Mi piace molto di più vivere in un posto così. Anche a Cagliari stavo isolato, proprio sul mare”.
Simeone: "Io, Napoleone, Tudor e il Verona: vi dico tutto. Non mi pongo limiti"
Ci hai riflettuto se il posto dove vivi adesso ti ha dato qualcosa in più anche in campo?"Ho imparato molto dalla meditazione. E passeggiare, osservare, annusare, è una sorta di meditazione: il semplice fatto di godersi il momento significa meditare. E meditare vuol dire sentirsi ancorato alla realtà di quel preciso momento; sentirsi presente, vivo, nel posto giusto. Quando medito entro in un’armonia tutta mia che mi permette di trovare equilibrio. Un equilibrio che porto in campo. Ma poi c’è tutto il resto: la squadra e la preparazione fisica".
Spieghiamolo."Qui mi sono sentito bene fin dal primo giorno. È un gruppo di ragazzi semplici, in cui non ci sono differenze tra chi gioca di più e di meno. È una cosa difficile da trovare nel calcio. Prima ancora, sento di identificarmi nella filosofia dell’Hellas, che è quella di dare tutto. Nessuno ci chiede di fare quattro o dieci gol, ma soltanto di lasciare in ogni allenamento e in ogni partita tutto quello che abbiamo dentro".
E la preparazione fisica?"Di me si è sempre detto che sono uno che corre tanto. Ma io lo faccio perché mi dà forza. Corro perché mi carica rubare la palla all’avversario o aiutare il compagno a chiudere una linea di passaggio, oppure facendogli spazio per attaccare la porta. È così che riesco a fare gol: dando tanto agli altri, do tanto a me stesso. Prendo forza".
Correvi tanto pure prima senza però riuscire a segnare quanto oggi. Rispetto al passato funziona meglio il Verona o funziona meglio Simeone?"Tutti e due. Io ho trovato il mio equilibrio per lavorare molto di più. Guardo tutte le partite delle squadre che andiamo ad affrontare, come marcano i difensori, come si piazzano i portieri, e poi prendo nota su questo quaderno (classico quaderno da scuola con copertina plastificata rossa: in testa alla pagina è scritto in stampatello il nome della squadra, poi una serie di annotazioni appuntate con penne dal colore diverso a seconda del ruolo di avversari e schemi difensivi; ndr). Studio ogni dettaglio per capire come far male alle difese. È come se un allenatore mi spiegasse i movimenti da fare, solo che l’allenatore sono io. Questa cosa, prima, non la facevo. Oggi sono molto più focalizzato sul mio lavoro, ma non penso mai a quanti gol devo fare, se riuscirò ad andare in doppia cifra. Quello che mi serve è solo sapere contro chi gioco, cosa devo fare, e poi lasciare tutto in campo. Questo è l’equilibrio di cui parlo e che ho raggiunto anche grazie alla meditazione”.
Come hai conquistato Giulia?"Ci siamo conosciuti quattro anni fa, a una grigliata di squadra alla Fiorentina. Lei è toscana di Tavernelle. Pensava che io fossi il classico calciatore, e non mi rivolgeva la parola. A un certo punto le chiedo: 'Dove sei stata in vacanza?'. 'All’Elba'. 'Ah', faccio io. E lei, guardandomi maliziosa pensando: figurati se questo conosce l’Elba. Mi fa: 'La conosci?'. 'Certo, è dove Napoleone andò in esilio'. Bum. Ha sgranato gli occhi e mi ha sorriso. Da quel momento non solo ha preso a parlarmi, ma abbiamo passato il resto della giornata insieme. È cominciata così". "Non ci credevo", conferma Giulia ridendo. "Carino, era carino, ma quando mi ha citato Napoleone mi sono detta che era lui l’uomo della mia vita!".
Scusa, Gio, ma tu che ne sapevi di Napoleone?"Ho letto la sua biografia. Eccola, è lì alle tue spalle (vero). Ne ho letta solo metà, ma mi è bastata per conquistare lei". Ride.
È il momento migliore della tua carriera?"Mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto. Sto facendo molto bene, ma non ho raggiunto il mio tetto. Ma poi, il tetto, il limite, qual è? Non esiste. È un pensiero, un concetto stretto. Puoi andare in alto quanto vuoi, dipende solo da te. Il sogno di ogni bambino è giocare la Champions o vincere il Mondiale, ma oggi sono così felice qua che non ho bisogno di pensare ad altro".
Sei diventato l’idolo dei tifosi per la tua garra, che ben si sposa a una squadra così agonisticamente feroce come il Verona."Ogni giorno che vado ad allenarmi, penso di andare nel posto più bello del mondo. Tudor è capace di dire le cose giuste al momento opportuno. Ti convince che puoi fare tutto ciò che ti chiede e si aspetta da te. Esempio: il gol che ho fatto alla Juve, tirando da fuori area, lo avevamo provato il giorno prima: Casale viene su, Lazovic mi dà la palla, io tiro. E Tudor: 'Giovanni, tu fai questo movimento per ricevere palla. E dopo, ragazzi, tranquilli: è gol'. È andata così".
Giovanni, vorresti che la smettessero di chiamarti Cholito?"Al contrario: mi piace tantissimo. Prima no, sentivo che mi chiamavano così per una specie di omaggio a mio padre. Ora intuisco che si riferiscono a me, all’uomo che sono. Sento che il Cholito è Giovanni, non il figlio di Diego".
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