Questo non significa non aver commesso errori. Chi decide può sbagliare. Chi governa una società importante come la Lazio sa di essere esposto, giudicato, contestato. Io non mi sottraggo. Ma chiedo che il giudizio tenga conto dell'intero quadro, non soltanto della parte più emotiva o più conveniente del racconto. E dentro questo quadro c'è un tema che voglio affrontare con chiarezza: il rapporto con i tifosi deve migliorare radicalmente.
Lo dico senza ambiguità. La Lazio deve trovare forme nuove, serie e responsabili di ascolto, dialogo e coinvolgimento della propria gente. Esistono regole, vincoli stringenti, responsabilità giuridiche e istituzionali che spesso limitano il dialogo diretto e creano, in alcuni momenti, una barriera quasi invalicabile. Ma una barriera, se esiste, va affrontata. Non ignorata. Voglio dire anche una cosa personale. Può essere accaduto che, in qualche occasione, in un clima di forte tensione, amareggiato da parole dure, offese e attacchi continui, io abbia risposto al telefono in modo avventato, con toni che non avrei voluto usare e che possono essere stati percepiti come distanza o chiusura. Se questo è accaduto, me ne assumo la responsabilità.
Ma voglio essere chiaro: non c'è mai stata, né ci sarà mai, una mancanza di rispetto verso i tifosi della Lazio. Il rispetto per chi ama questi colori viene prima di tutto. Ogni tifoso che mette tempo, risparmi, chilometri, passione, sacrifici personali e familiari per seguire la Lazio merita non soltanto rispetto, ma gratitudine.
Perché senza questo amore quotidiano, senza questa appartenenza profonda, nessun club avrebbe davvero un'anima. E io, che ho l'onore e la responsabilità di rappresentare la Lazio, non posso e non voglio dimenticarlo.
Per questo l'idea di chiamare tutti i Lazio Club, avviare un percorso di riconoscimento ufficiale e collegarlo all'adesione al codice etico della società è sul tavolo. Non come operazione di immagine. Non come progetto astratto. Ma come possibile strada concreta per ricostruire un rapporto ordinato, trasparente e rispettoso tra la società e il suo popolo. Una mediazione va trovata. Ma deve essere una mediazione vera, non strumentalizzata. Non può diventare una guerra tra vinti e vincitori, tra la società e la tifoseria, tra la ragione istituzionale e la passione popolare. La Lazio è una sola. E nessuno, se ama davvero questi colori, può avere interesse a spaccarla. La società deve ascoltare di più e meglio. Questo è vero. Ma anche il confronto deve uscire dalla logica del sospetto permanente. Quando ogni gesto viene letto come provocazione, quando ogni scelta viene interpretata come chiusura, quando ogni parola diventa terreno di scontro, alla fine a perdere non è una parte: perde la Lazio.
Mentre una parte del racconto pubblico si ferma alla polemica quotidiana, la Lazio sta costruendo un percorso che guarda più lontano.
Il calcio non può più pensare di vivere soltanto dentro schemi tradizionali. Deve essere vigile, deve capire dove sta andando il mercato, deve proteggere il valore del prodotto e deve pretendere che quel valore venga distribuito con criteri capaci di tutelare l'intero sistema e non soltanto pochi soggetti dominanti. Anche qui la Lazio non può restare immobile. Deve guardare avanti. Deve difendere il proprio peso, la propria storia, il proprio bacino di passione e la propria capacità di parlare a pubblici nuovi. La partita dei diritti TV e dei contenuti digitali sarà una delle grandi partite del futuro. Chi non se ne accorge oggi rischia di pagare domani un ritardo strategico enorme. Lo stesso vale per il lavoro commerciale. Gli accordi di sponsorizzazione innovativi, le interlocuzioni internazionali, il dialogo con realtà come il Nasdaq, l'attenzione di grandi operatori globali come Legends non nascono per caso. Nessun grande interlocutore internazionale si siede a un tavolo senza vedere serietà, prospettiva, credibilità e visione. Non sono medaglie da esibire. Sono segnali di un percorso. Sono la dimostrazione che la Lazio può e deve crescere anche fuori dal campo, rafforzando il proprio valore, la propria reputazione e la propria capacità di stare nei mercati globali senza perdere identità.
C'è poi il lavoro quotidiano della direzione sportiva e del direttore Angelo Fabiani, che sta affrontando una fase delicata di ristrutturazione, valorizzazione e consolidamento della rosa. Il player trading, nel calcio moderno, non può essere considerato una parola proibita. E soprattutto non può essere confuso con una rinuncia all'ambizione. È, al contrario, uno strumento necessario per una società che vuole crescere, creare valore, difendere il proprio patrimonio tecnico e restare competitiva dentro un mercato sempre più complesso. Valorizzare calciatori, saper scegliere il momento giusto per intervenire, cogliere opportunità in entrata e in uscita, costruire relazioni solide e riconosciute nel mercato internazionale: tutto questo fa parte di una società che vuole stare dentro il calcio contemporaneo senza subirlo. Ma il punto deve essere chiaro: ogni operazione, ogni scelta, ogni valutazione tecnica ed economica deve avere un'unica finalità, quella di rendere la Lazio più forte, più solida, più competitiva. Sempre con l'obiettivo della vittoria. Perché la sostenibilità non è il contrario dell'ambizione. È il modo più serio per darle un futuro.
E poi c'è il lavoro silenzioso, spesso lontano dai riflettori, della divisione sociale della S.S. Lazio.
Un lavoro che ogni anno tiene alto il prestigioso titolo di Ente Morale, riconosciuto alla Lazio il 2 giugno 1921. Quel titolo non è un fregio da esibire nelle ricorrenze. È un obbligo morale. È una responsabilità quotidiana verso la città di Roma, verso il territorio, verso chi vive difficoltà, solitudine, fragilità. Grazie all'impegno della dottoressa Cristina Mezzaroma, la divisione sociale ha assunto ulteriore centralità, sensibilità e forza. Non parlo di un'attività accessoria, né di iniziative collaterali. Parlo di una responsabilità che appartiene alla storia stessa della Lazio e alla sua natura di Ente Morale. La Lazio ha il dovere di promuovere, sostenere e portare ogni giorno nella città progetti sociali, iniziative educative, campagne di sensibilizzazione. Lo fa attraverso attività dedicate ai ragazzi e alle famiglie in difficoltà, attraverso momenti di riflessione con eccellenze della società civile, attraverso iniziative contro il cyberbullismo, contro la violenza sulle donne e contro ogni forma di violenza di genere. Lo fa cercando di usare la forza comunicativa del calcio per arrivare dove spesso altri linguaggi non riescono ad arrivare.
Anche questo è calcio: usare la cassa di risonanza del calcio per comunicare messaggi sociali, per seminare consapevolezza, per far germogliare valori nel futuro dei nostri ragazzi. Il calcio non è solo business. Non è solo mercato. Non è solo classifica. È anche responsabilità, comunità, educazione, esempio. Sono fatti che meritano di essere rimessi in fila con lealtà, senza enfasi e senza propaganda. Perché criticare è legittimo, ma giudicare una società significa guardare l'intero quadro: campo, sostenibilità, direzione sportiva, relazioni internazionali, diritti, media, sociale e infrastrutture. Solo così il confronto diventa utile alla Lazio, ai suoi tifosi e alla città. La Lazio non può vivere di slogan. Non può essere trascinata dentro una narrazione in cui tutto ciò che viene fatto è sbagliato per definizione e tutto ciò che viene promesso da altri è automaticamente migliore. La Lazio ha bisogno di critica, sì. Ma di critica leale. Ha bisogno di passione, non di distruzione. Ha bisogno di tifosi esigenti, non di una guerra permanente che rischia di indebolire proprio ciò che si dice di voler difendere.
Non vi chiedo di essere sempre d'accordo con me. Non sarebbe giusto e non sarebbe nemmeno possibile. Vi chiedo però di ragionare insieme: di distinguere la critica dalla delegittimazione, la passione dalla distruzione, il dissenso dalla frattura insanabile. I ruoli sono diversi e devono restare tali. La società ha il dovere di decidere, programmare e assumersi responsabilità. I tifosi hanno il diritto di amare, giudicare, chiedere, pretendere. Ma entrambi, società e tifosi, hanno un interesse superiore: difendere la Lazio. Difendere la Lazio, oggi, non significa negare i problemi. Significa difendere un principio: la Lazio deve restare padrona del proprio destino. Deve crescere senza perdere la propria identità. Deve competere senza consegnarsi a modelli finanziari pericolosi. Deve aprirsi al mondo senza diventare merce. Deve ascoltare i suoi tifosi senza essere ostaggio della strumentalizzazione. Questa è la sfida vera. È difficile, scomoda, a volte impopolare. Ma è l'unica sfida seria per chi vuole bene alla Lazio non soltanto oggi, ma anche domani.
La Lazio non è ferma. La Lazio sta lavorando. La Lazio sta costruendo. E lo sta facendo dentro un calcio che cambia velocemente, dove servono nervi saldi, visione internazionale, senso istituzionale e capacità di resistere alle sirene di chi promette tutto e subito senza spiegare chi pagherà il conto. Io questo conto non l'ho mai voluto scaricare sulla Lazio. Ho sempre cercato di governarlo secondo un principio di responsabilità. Posso aver commesso errori, ma non ho mai trattato la Lazio come un bene qualsiasi. Non l'ho mai considerata merce. Non l'ho mai pensata come qualcosa da utilizzare e poi lasciare al proprio destino. Con rispetto per tutti voi, per la vostra passione e per la storia che rappresentate, credo sia arrivato il momento di aprire una fase nuova: più dialogo, più ascolto, più responsabilità reciproca. Senza strumentalizzazioni. Senza rese dei conti. Senza dividere la Lazio tra buoni e cattivi. La Lazio non appartiene a una polemica. Appartiene alla sua storia, ai suoi tifosi e al futuro che tutti abbiamo il dovere di difendere", ha concluso.
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