L’allenatore del Como, Cesc Fabregas, ha raccontato a The Athletic il percorso che ha portato il Como dalla Serie B alla Champions League nel giro di due stagioni. Queste le sue parole. INIZI – “Quando sono arrivato non c’era...
L'allenatore del Como, Cesc Fabregas, ha raccontato a The Athletic il percorso che ha portato il Como dalla Serie B alla Champions League nel giro di due stagioni. Queste le sue parole.
INIZI – "Quando sono arrivato non c'era neanche un campo di allenamento. Un giorno ti allenavi in un posto, il giorno dopo in un altro. Non c'era una palestra, né un ristorante. Eravamo in Serie B ma in realtà non eravamo un club professionistico. In Under 19 Mi hanno dato un gruppo di ragazzi ma non potevo ingaggiare nessuno. Avevamo tre difensori, sette centrocampisti e undici attaccanti. Ho dovuto inventarmi tutto: giocavamo con dei trequartisti come terzini".
SERIE B – "Giocavamo con un 5-4-1 con una difesa molto bassa e tanti contropiedi. Non potevo cambiare tutto a metà stagione. Perciò preferii modificare la fase difensiva più che quella offensiva. Siamo passati da una difesa a cinque a una a quattro, a zona, meno marcatura a uomo e un po' più alti. Poi sono arrivati Goldaniga e Strefezza che ci diedero più stabilità e soluzioni e siamo passati a un 4-2-2-2. Avrei voluto giocare con gli esterni, ma non ne avevo in rosa. Lì trovai un sistema che mi piacque molto e che ci fece crescere e vincere".
GIOVANI – "Il mio assistente Dani Guindos li conosceva bene, li aveva allenati a Madrid. Io nei miei incontri la prima volta non parlo mai di calcio, ma solo di vita personale. Voglio capire la loro mentalità, spiegare loro chi siamo, come lavoriamo. Prima si definiscono alcuni aspetti chiari sulla cultura della squadra e del club e solo dopo si inizia a parlare di calcio. Io credo ciecamente nei miei giocatori e non capisco quei club che ingaggiano un calciatore senza che l'allenatore lo conosca. Li tratto come se fossero miei figli".